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ercole pignatelli

ercole pignatelli

il “ragazzo rondine” vola ancora nel Salento con la recente inaugurazione di una Galleria d’arte a Lecce. Ma non solo…

Il suo studio di Milano è una sorta di wunderkammer. Oggetti, tracce e souvenir di un viaggiatore, di un esploratore dell’anima, scovati chissà dove. Legni e conchiglie, teschi di animali abbandonati su spiagge e deserti immaginari si mescolano a geografie e sogni impossibili che iniziano anche in questo spazio, per concludersi altrove. Non solo sulla tela ma anche lungo i muri di gallerie, dentro palazzi e musei. Nelle piazze.

Un antro un po’ in penombra di un poeta epico, di un nomade dell’arte, del “ragazzo rondine”, come lo aveva definito Raffaele Carrieri, racchiudendo in un concetto visivo la sua profonda avversione all’omologazione. E poi quella libreria di 400 libri dedicata a Picasso, uno come lui, libero e ribelle. “Possiedo l’opera completa dei Cahiers d’Art Pablo Picasso par Christian Zervos” dice Ercole Pignatelli con orgoglio. Ben 33 volumi.

Bosco d'estate (2011)
Basamento fossile (2013)
Bosco d'estate (2011)
Basamento fossile (2013)

Era il mattino del 20 novembre del 1953 quando, da Lecce, dove era nato il 28 aprile 1935, arrivò in treno alla stazione di Milano. Aveva solo 18 anni e poche lire in tasca, guadagnate con i quadri venduti alla mostra organizzata dal nonno, stimato medico della città salentina. Pioggia, fuliggine, grigiore, freddo che ti entra nelle ossa. Poi la visione di quello striscione dell’esposizione di Picasso, la prima a Milano, che era iniziata a settembre ed era stata prorogata fino a dicembre.

Ogni giorno, di quelli che seguirono, lui era lì, ad ammirare, a Palazzo Reale, quelle opere talmente diverse tra loro per stile e colori ma riconoscibili per l’unicità e l’energia del segno. Le opere di quel pittore che affermava che per disegnare bisognava “chiudere gli occhi e cantare”. Gli occhi, invece, Ercole li ha tenuti sempre molto ben aperti, sul mondo, sulle cose, sulle emozioni. Fin da quel primo giorno di novembre.

“Nel pomeriggio ho trovato una stanza in affitto in via Formentini n.5 e la sera stessa mi sono imbattuto nel Bar Jamaica. Lì ho conosciuto Lucio Fontana che mi ha presentato Milena Milani, famosa scrittrice. Lei a sua volta mi ha introdotto a Carlo Cardazzo, divenuto poi il mio mercante… E poi Salvatore Quasimodo, Ugo Mulas, il primo a farmi dei ritratti fotografici, Piero Manzoni, Roberto Crippa”. Il 12 dicembre 1953, dopo soli 22 giorni dal suo arrivo, Ercole Pignatelli aveva già fatto il ritratto a Carlo Cardazzo, mentre Lucio Fontana divenne uno dei suoi più grandi amici ed estimatori, tanto che spesso si scambiavano i quadri. Ercole aveva portato idealmente con sé a Milano una tavolozza di colori che preparava personalmente con le terre e con l’olio di lino cotto perché “i tubi di colore a olio costavano troppo”. “Erano colori molto impastati, una materia intrisa di espressionismo cupo, quasi kafkiano. Ricordavano alcuni dipinti di Munch e Kirchner, con una drammaticità tipicamente giovanile.

I soggetti dei quadri erano poi influenzati dalle atmosfere del Salento, ripresi dalle stanze di quella austera casa leccese del 600 dove sono cresciuto, con mobili antichi, pavimenti di piastrelle romboidali, soffitti alti e scuri, volte a botte e a stella…” Ma si portava dietro anche il ricordo di quella affascinante e romantica teoria di terrazzi e terrazzini, collegati da scale e scalinate, che culminava nella visione onirica di un paesaggio quasi orientale, con masserie e palme all’orizzonte.  “In certi giorni si intravedeva, o forse me lo immaginavo soltanto, anche una linea di azzurro, probabilmente le spiagge di San Cataldo. Pura poesia che è sempre stata presente nel mio lavoro”. Come sono rimasti per sempre quei riflessi e velature di uno specchio d’acqua che deforma ma anche riconosce e amplifica le forme, le persone, uno specchio che rimanda la propria immagine per ricordare a se stessi la propria identità culturale, prima di un confronto con altre culture, con altri paesaggi. Simbolo che, insieme ai serpenti, esorcizza la paura della siccità, retaggio delle origini salentine di Ercole.

L’aveva disegnato per la prima volta a sette anni, minuscolo, insieme a un bosco con le piante che vi si riflettevano dentro, sul coperchio di una scatola di scarpe che suo figlio Luca ancor oggi conserva gelosamente. E poi l’ha ripetuto come un mantra o un mandala macroscopico lungo i muri di Palazzo Lombardia nel 2011, su una parete delle cantine Moros di Claudio Quarta a Guagnano nel 2012, alla Triennale di Milano nel 2015 con Fabio Novembre. Il segno libero e l’energia del gesto che incantano. Senza seguire né tracce, né bozzetti, a volte anche senza impalcature. Una forza e resistenza fisiche straordinarie che sorprendono, forse eredità di anni di pratica di pesca subacquea.  Quando è arrivato a Milano i suoi cromatismi si sono immediatamente trasformati, come se l’aria e il clima li avessero purificati, rendendoli meno materici e facendo così emergere il segno. Già, il segno, quello di Ercole Pignatelli che a volte si innesta in un altro segno che, per primo, viene tracciato da persone estranee all’arte. E così ha offerto il pennello a Roberto Formigoni, a Fabio Novembre, a Claudio Quarta e a sua figlia Alessandra, in una sorta di rito di iniziazione, di liturgia collettiva. Quasi a creare un legame, un continuum, una “germinazione”. Ed è proprio questo il nome che Ercole Pignatelli ha scelto per 3 delle sue opere: la scultura donata nel 2010 alla città di Lecce assieme a Claudio Quarta, l’affresco di Palazzo Lombardia del 2011 e quello eseguito live nelle Cantine Moros nel 2012. Ha dato questo nome anche alla Galleria Germinazioni IVa.0 di Lecce, aperta il 18 marzo 2017 da Mirella Coricciati. La mostra inaugurale Pignatelli l’ha battezzata “Quarta dimensione”, che è quella che completa l’esistenza, definisce ciò che è stato seminato oggi per germogliare domani, lasciando una traccia alle generazioni future e dando così un senso alla nostra vita. Quasi contemporaneamente Potenza gli ha dedicato una mostra antologica al Museo Archeologico.

Da ben 64 anni Ercole Pignatelli vive a Milano. “Lecce mi stava stretta e a 16 anni io e Bruno Orlandi, grande pittore di Trepuzzi, morto tragicamente a soli 23 anni, siamo stati espulsi dall’Istituto D’Arte di Lecce. Ma già prima, a 15 anni, avevo deciso di diventare pittore”. Ci tiene però a ricordare che anche allora c’erano insegnanti illuminati come Luigi Gabrieli di Matino e Aldo Calò, scultore di San  Cesareo. Anche se non è mai più tornato indietro, è il Salento che è ritornato a tratti, inconsciamente, nelle sue opere, con quella natura prorompente, quelle vendemmie, quei grappoli d’uva, ma anche con quegli elementi architettonici che si ritrovano nei monumenti e nelle chiese, parte di un DNA visivo e culturale da cui non si può prescindere e che Ercole Pignatelli ha assorbito con gli occhi e trasformato in gesto pittorico o scultoreo. “Per caso, recentemente, ho fotografato la facciata della Chiesa del Rosario a Lecce e, ingrandendola con lo zoom, ho scoperto per la prima volta che una decorazione è simile a un mio basamento…”. Vive alla giornata Ercole, non ha progetti e le ispirazioni arrivano solo nel momento in cui si trova all’inizio di un dipinto su tela o di una scultura, davanti a un muro.

Un’alchimia di energia, poesia, passione, colore e materia che nasce prima dentro di lui, per trasformarsi in una forza della natura, quasi primordiale. Per trasformarsi in gesto. Ecco perché diventa un’esperienza unica osservarlo dipingere, con aste lunghissime, o sopra i ponteggi, funambolo instancabile per giorni e giorni, con il suo codino e quella mano direttamente collegata agli occhi, al cuore, alla testa, allo sguardo a comporre una narrazione visiva irripetibile, sempre con un sottofondo di musica classica. Ma può darsi che invece di realizzare un dipinto o una scultura, componga una poesia. Ne ha già scritte circa 700, in un percorso creativo che si è sviluppato parallelamente a quello della pittura. Imprevedibile e libero. D’altra parte, come lui stesso dice: “Avete mai visto una rondine volare diritta? La rondine sale, scende, non si ferma mai e io sono così. Ho sempre odiato le etichette perché in fondo sono rimasto ancora il ragazzo rondine di un tempo”.

photos courtesy of Galleria Germinazioni IVa.0, Lecce

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